Emigrante

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sabato 9 aprile 2016

2083 - Una dichiarazione di indipendenza europea - Libro 2.37 Il motivo dei crimini dei musulmani contro gli infedeli

2.37 Il motivo dei crimini dei musulmani contro gli infedeli


Secondo i Salafiti, i non musulmani sono meno che esseri umani. Dicendo questo, giustificano i comportamenti dei giovani criminali che attaccano gli infedeli, senza mai toccare altri musulmani. Secondo loro, lo spaccio di droga è perfettamente accettabile se si vende droga solo agli infedeli. Un giorno, uno dei nostri uffici è stato svaligiato e tutti i computer sono stati rubati, a parte quelli dei due musulmani dell'ufficio. I colpevoli erano due membri della YfI, che non rubano a fratelli e sorelle musulmani.

Molte vittime di furti, rapine, pestaggi e altre forme di violenza possono testimoniare che la violenza non viene mai rivolta verso altri musulmani. I delinquenti giustificano il loro comportamento verso le donne che non indossano il velo con gli insegnamenti Salafiti che definiscono queste donne come “puttane”. L'ho scritto più di una volta, l'ho riferito alle autorità, ma senza successo.

Ovviamente Mr. Ramadan non approva il comportamento di questi delinquenti, e i dirigenti della YfI dicono la stessa cosa. Secondo me, mentono entrambi. In pubblico, quando parlano con gli occidentali, con i media e con le autorità criticano i criminali, ma continuano a diffondere le idee usate da quegli stessi criminali per giustificare le loro azioni.

Fonti:

http://www.brusselsjournal.com/node/1970


venerdì 8 aprile 2016

Life in modern England part 16 - Lavorare in UK: il glass ceiling

Cari mongolini della mamma, oggi parleremo del lavoro e della vita in UK, in particolare del concetto di "glass ceiling".

Ma cosa minchia è il "glass ceiling"?


"glass ceiling", letteralmente "soffitto di vetro" è un concetto importante per chi lavora in un paese straniero. Esiste un limite invisibile che è come un soffitto di vetro perfettamente trasparente: se stai sotto non lo vedi e ti sembra di potere arrivare dove vuoi. Il problema è quando cominci a salire troppo in altro, perchè darai una testata spaventosa e ti renderai conto di non potere salire più di tanto.


Per capire questo concetto, dobbiamo prima renderci conto di una cosa importante: in generale, qui in UK noi italiani siamo i negri:

L'italiano a Londra crede di essere così

Ma di solito è così

Gli inglesi ci vedono così

Qui in UK gli italiani prosperano perché fanno i lavori che nessuno vuole fare: lavare i piatti in nero alla pizzeria di Giggino ò camorrista, servire allo Starbucks, stare 9 ore in piedi in catena di montaggio, saldare travi, guidare il muletto, collegare cavi elettrici, smontare motori, insomma fare tutti i lavori di merda che un inglese non farebbe neanche sotto tortura. Se gli offri una merda di lavoro minimum wage (paga minima sindacale, 6.7 sterline orarie), l'inglese ti manda a fanculo, se ne va sotto benefits e nel frattempo spaccia, si prostituisce o fa lavoretti in nero. Alla fine, perchè farsi il culo otto ore al giorno, se puoi prendere la stessa cifra tra benefits e un panetto di superskank da spacciare?

Gli immigranti di solito non hanno accesso ai benefits dei locali e quindi si accollano questi lavori. Nel frattempo, i datori di lavoro british sono felici e contenti dato che non devono avere a che fare con i sottoproletari inglesi e che possono sottopagare operai che in linea di massima lavorano e che sono felici di lavorare, dato che le condizioni di vita sono migliori di quelle dei loro paesi. Inoltre, l'immigrato non vota, non si interessa di politica, non si iscrive al sindacato e non pretende condizioni di vita pari a quelle del locale. Meglio di così si muore!

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Intermezzo - le condizioni di vita in UK


Diciamolo, l'UK non è il paradiso, ma le condizioni di vita sono incomparabili rispetto a quelle italiane. Le città sono molto più pulite e sicure, la vita costa abbastanza poco, i servizi pubblici non sono perfetti ma bene o male funzionano, il servizio sanitario è incredibilmente pulito ed efficiente, in generale si sta bene. Se stai tra i tuoi pari e non inizi a farti strane idee la vita in UK ti sembrerà meravigliosa. Il problema sarà dopo qualche anno, quando inizierai a dimenticarti il merdaio da cui sei venuto e comincerai a pensare a farti una vita stabile o a fare concorrenza ai locali. 

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Allora, finchè l'immigrato fa i lavori da immigrato e non fa concorrenza ai locali sono tutti contenti. Il problema si ha quando l'immigrato non è un terrone semianalfabeta con la valigia di cartone, ma un laureato che si rende conto di saperne assai di più di quel branco di sucaminchie che formano la "middle class" inglese, un patetico branco di cocainomani rimbecilliti dai rapporti incestuosi dei loro avi e convinti di essere la classe nobiliare eletta per diritto divino. 

In generale, la gerarchia del lavoro inglese è operai - supervisori - tecnici - lower management - top management. Gli immigrati sono benvenuti nelle prime tre categorie, ammessi ai gradi più bassi del lower management, esclusi a priori da tutto ciò che venga al di sopra. L'immigrato civilizzato viene messo nel livello più basso del lower management in modo da fargli fare da "filtro" tra le masse scimmiesche dei lavoratori immigrati e il management composto da cocainomani rincoglioniti di pura razza inglese. Da quel punto in poi le possibilità di avanzamento sono zero: anche se l'immigrato ne sa dieci volte di più del laureato a 'iton, si troverà sempre strani "ostacoli" sul percorso.

Ciò non vuol dire che i lavoratori italiani siano trattati male, visti male o sottopagati: i datori di lavoro british sono meno imbecilli dei datori di lavoro italiani, e sanno bene che un buon lavoratore vale tantissimo. Il vostro datore di lavoro vi tratterà con cortesia e vi pagherà generosamente, ma quando vi guarderà vedrà sempre e solo questo:


Mentre quando guarderà un giovane britannico vedrà questo:
L'inglese crede di essere così
Anche se in realtà è questo:
Com'è veramente l'inglese



Conclusioni


Per quelli che vogliono immigrare in UK: tenete a mente che non sarete MAI inglesi e che non sarete MAI considerati alla pari con gli inglesi, anche se avete più palle e più cervello di loro. Il massimo che potrete fare saranno i lavori che loro non vogliono fare, e anche se guadagnerete più di loro per loro voi sarete sempre degli inferiori. Se avete intenzione di fare un lavoro che vi metta in concorrenza con i locali preparatevi a ricevere tante, tante porte in faccia. Io guadagno molto di più dell'inglese medio (particolarmente se si tiene conto del fatto che non ho la laurea, lavoro col diploma), ma solo perchè mi sono accollato di fare i turni di notte come elettromeccanico con i cavi ad alta tensione in un'industria alimentare. Se avessi provato ad entrare in ufficio me la sarei passata davvero male!


Post Scriptum


Ci sono due tipi di immigrati particolarmente odiosi e disgustosi: il primo è l'immigrato che va dall'altra parte d'Europa e continua a comportarsi come faceva al vecchio paese. Il secondo è l'immigrato che si crede di trasformarsi in un locale. Sappiatelo bene: se non siete nati in un posto e non siete attori eccezionali, non sarete MAI in grado di passare per locali davanti a un locale. Gli inglesi vi tratteranno con gentilezza e vi faranno i complimenti per l'inglese e per l'accento, ma appena girerete l'angolo si faranno le migliori risate. Non siete inglesi, e non lo sarete mai, potete ingannare gli altri stranieri ma non i locali. Forse lo saranno i vostri figli, ma solo se spendete tanto per una scuola di buona qualità.

martedì 5 aprile 2016

Il referendum sulle trivelle

Cari amici, oggi parleremo del referendum sulle trivellazioni, che si svolgerà in Italia tra poco:


Nella foto, un grande esperto italiano di trivellazioni

Aspè, che dite? Si parla di un altro tipo di trivellazioni? Oddio, scusate! Correggo subito!



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Allora, si parla della proposta di legge che vorrebbe avviare le trivellazioni nell'Adriatico. Sappiate tutti che il Rettiliano Verace andrà a votare presso il Consolato di Birmingham e che voterà SI ALLE TRIVELLAZIONI!

Volete sapere il perchè? Semplice, amici miei! Se si avvierà la costruzione di piattaforme petrolifere nell'Adriatico, tali piattaforme saranno gestite da italiani. Gli stessi italiani del cazzo che non sanno gestire neanche la raccolta della munnezz e i trasporti pubblici. Possiamo essere sicuri che se gli italiani saranno incaricati della costruzione e della gestione delle piattaforme petrolifere, nel giro di un paio di anni il risultato sarà questo:

Piattaforma petrolifera italiana gestita dall'ingegner Turiddu "camurrìa" Falsaperla.

Insomma, ci sarà un disastro ambientale talmente brutto da fare sembrare il disastro del Golfo del Messico un petardo di Capodanno. E questo sarà quello che si meritano gli italiani di merda e il loro paese di merda! Mi dispiace un poco per le coste croate, dato che i croati in confronto sono bravissime persone e che la Croazia è un posto meraviglioso dove si ficca come animali e non si spende un cazzo. 

Insomma, per il futuro dell'Italia votate e fate votare SI al referendum. Vabbè, cazzo dico, ci scommetterei anche i coglioni che neanche questa volta si riuscirà a schiodare abbastanza italiani del cazzo dalla sedia e non si raggiungerà il quorum neanche questa volta. Accetto scommesse.


POST SCRIPTUM


Come volevasi dimostrare, il quorum non è stato raggiunto. Tanto rumore per nulla.

domenica 3 aprile 2016

Immagini


Questo è un post di pubblica utilità, dedicato a tutte le merde che si copiano le mie immagini per i loro merdosissimi blogghettini e per i loro cessetti di comunità FB o Google+. So chi siete, ma non me ne frega una beata, amatissima, onoratissima minchia di voi. Provate a copiarvi QUESTE immagini se ne avete i coglioni:








Lo striscione dice "in difesa della cristianità"




Date le regole della par condicio, pubblico anche vignette contro i liberali sinistorsi del cazzo e contro i cattolici. Che nessuno mi accusi di essere di parte!






2083 - Una dichiarazione di indipendenza europea - Libro 2.36 La rete di Mujahideen afgano-bosniaci in Europa


2.36 La rete di Mujahideen afgano-bosniaci in Europa

Autore: Evan F. Kohlmann

Introduzione

In seguito agli attacchi terroristici a Londra e a Madrid, la classe dirigente europea ha finalmente notato l'esistenza di una minaccia terroristica che covava indisturbata da decenni. Le democrazie europee, che si erano sempre ritenute al riparo dagli attacchi del terrorismo internazionale, hanno scoperto di essere minacciate da un numero sempre crescente di giovani maomettani, induriti dalle scene dei massacri in Medio Oriente, dalla mancanza di opportunità in Europa e dal comportamento poco accogliente di molti europei. Questi giovani sono diventati le reclute ideali per l'arruolamento nei nuovi "mujahideen europei".

Per capire i mujiahideen europei bisogna prima capire la loro origine. Al contrario di come si possa pensare, i movimenti estremisti degli anni novanta non sono nati grazie a Osama Bin Laden e alle guerre in Sudan e in Afghanistan ma grazie a un'altra guerra molto più vicina all'Europa. Buona parte delle cause della radicalizzazione dei giovani maomettani europei viene dai campi di battaglia della Bosnia-Herzegovina, dove l'élite dei mujahideen arabi formatasi in Afghanistan ha messo a punto le proprie competenze belliche e ha formato una nuova generazione di rivoluzionari maomettani. Quando ho intervistato il reclutatore di Al-Qaida Abu Hamza al-Masri, nella Londra del 2002, lui ha provato a spiegarmi la mentalità dei primi volontari arrivati in Bosnia ne 1992, quando è iniziata la guerra: “Erano persone dedite alla religione. Erano andati in Afghanistan per difendere i loro fratelli e le loro sorelle. Invece, l'Afghanistan di oggi è tutto una rovina, con musulmani che si combattono a vicenda."

Dopo il crollo della Jihad afghana quei giovani "Volevano una lotta contro un nemico chiaro ed evidente, una situazione in cui potessero difendere musulmani attaccati, uccisi e violentati da non musulmani" [1], continua Hamza.

I reclutatori jihadisti hanno pubblicizzato la guerra in Bosnia tra i giovani europei, offrendola come una fuga da un'esistenza vuota e noiosa. Eppure, alcuni di quelli che hanno risposto alla chiamata facevano parte della migliore gioventù europea. “Abu Ibrahim”, uno studente di medicina londinese di 21 anni ha rilasciato un'intervista da un campo di addestramento bosniaco:


La gente pensa che qui non si faccia altro che farsi sparare addosso e cannoneggiare dall'artiglieria. La gente non sa che abbiamo gelati, kebap e dolci. Possiamo chiamare tutto il mondo via telefono e fax. Non sanno che questa per noi è una vacanza bellissima in cui incontriamo le persone migliori che abbiamo mai conosciuto in vita nostra. Abbiamo conosciuto persone da tutto il mondo, gente proveniente da Brasile, Giappone, Cina, Medio Oriente, America, Canada, Australia, da tutto il mondo.”[2]

A parte il valore di propaganda, la Bosnia ha una posizione unica tra Europa occidentale e Medio Oriente che la rende una testa di ponte ideale per l'espansione dei movimenti estremisti maomettani verso UK, Italia, Francia, Scandinavia. In Bosnia i combattenti veterani provenienti dall'Afghanistan possono entrare in contatto con reclute inesperte ma volenterose provenienti da tutta Europa e pianificare il futuro della Jihad. I gruppi come Al-Gama’at, al-Islamiyya e Al-Qaida non avevano mai avuto la possibilità di organizzarsi in questo modo. Nel 1992, dopo sei mesi di combattimenti in Bosnia, il comandante saudita di Al-Quaida Abu Abdel Aziz “Barbaros” ha dichiarato che "sono venuto [in Kuwait] dalla Bosnia per dire ai musulmani che per loro ci sono grandi opportunità. Allah ha aperto la via per la Jihad e non dobbiamo sprecarla. Abbiamo la possibilità di fare entrare l'Islam in Europa tramite la Jihad. Se fermeremo la Jihad oggi, avremo perso la nostra chance."[3]. Di solito i fanatici europei arruolati tra i mujahideen in Bosnia erano ansiosi di rendersi utili. Babar Ahmad, un musulmano britannico in attesa di estradizione negli USA sotto l'accusa di avere organizzato una cella di Al-Qaida a Londra, si vanta del ruolo fondamentale dei nuovi mujahideen europei:


Siamo stati fondamentali, non solo per la Jihad bosniaca ma per la Jihad del mondo intero. Penserete che si tratti di un'esagerazione, ma le mani dei miei fratelli hanno fatto cose che non credereste possibili. Abbiamo tradotto e pubblicato libri dalla prima linea, dato che avevamo fratelli inglesi che parlavano inglese e fratelli arabi che parlavano arabo e un poco di inglese. Insieme, abbiamo tradotto i testi della Jihad e questi libri stanno guidando altri fratelli ad unirsi a noi. Abbiamo messo tutto online grazie alla nostra conoscenza dei computer.”[4]

Dall'inizio della guerra in Bosnia-Herzegovina nel 1992, il governo musulmano bosniaco ha seguito l'arrivo dei volontari stranieri europei disposti alla Jihad, la guerra santa contro i cristiani serbocroati. Secondo i documenti del controspionaggio militare bosniaco, lo ARBiH, i volontari sono arrivati attraverso la Croazia partendo dall'Europa occidentale e dall'UK. Molti di loro avevano passaporti europei e sono stati portati in Bosnia partendo da Londra, Milano, Francoforte e Monaco[5] con l'aiuto di una rete di reclutatori e finanziatori basata a Zagabria, Londra, Vienna, Milano e Torino.[6]

I bosniaci hanno notato un'altra cosa riguardo ai loro nuovi alleati: alcuni di loro erano partiti volontari per aiutare gli altri musulmani, ma altri erano fuggitivi dai loro paesi.[5] Il comando militare bosniaco vedeva i volontari afgani e mediorientali come potenzialmente utili, ma era scettico riguardo a quei giovanotti irriverenti e idealisti appena arrivati dalle capitali europee. Un rapporto del settembre 1994 avvertiva che quelli che si rifiutavano di dare le loro generalità erano probabilmente spie o criminali in fuga dalla giustizia dei loro paesi.[8] Un secondo rapporto scritto nel maggio 1995 avvertiva che alcuni volontari con cittadinanza europea nascondevano le loro identità e chiedevano la cittadinanza bosniaca dato che si trattava di ricercati.[5]

Un mujahideen europeo si è fatto notare per il suo comportamento delinquenziale: si trattava di “Abu Walid”, un medico francese noto per avere assalito un ospedale a Zenica il luglio 1994 insieme ad altri dieci membri della brigata "El-Mujahidin 8". Pochi mesi dopo essere stato congedato con disonore Abu Walid, meglio noto col suo nome francese Christophe Caze, prese il comando della “Roubaix Gang”[11] una banda di terroristi algerini attiva nel nord della Francia. Caze trovò la morte nel 1996 durante un assalto suicida in autostrada vicino al confine col Belgio.

Nemmeno i mujahideen erano entusiasti della qualità dei volontari stranieri. Nel novembre 1995 il siriano Imad Eddin Barakat Yarkas (Abu Dahdah) chiamò il campo di addestramento a Zenica per controllare le prestazioni degli studenti, solo per sentirsi rispondere dalle lamentele del direttore riguardo alla qualità dei giovani che gli erano stati mandati da addestrare.[12] Alla fine Yarkas veniva arrestato dalle autorità spagnole nel 2001 e condannato a 27 anni di reclusione per avere fornito supporto logistico agli attentatori dell'11 settembre.[13]

In generale, le organizzazioni terroristiche locali (Al-Qaida, Al-Gama’at al-Islamiyya, GIA) erano felici del potere usare la guerra in Bosnia come strumento di reclutamento e di finanziamento. Nel Dicembre del 1995 queste organizzazioni approfittavano dell interesse della NATO nell'espulsione dei mujahideen stranieri dalla Bosnia. Centinaia di veterani, colpevoli di crimini di guerra e addestrati nella guerriglia urbana, ricevevano asilo politico in vari paesi europei, in Canada e in Australia, aiutando i terroristi ad infiltrarsi nel mondo occidentale. Il magistrato del antiterrorismo francese Jean-Louis Bruguière scrisse che la fuga dei veterani dalla Bosnia gli ha permesso di portare la Jihad in terra straniera. Bruguière conclude affermando che molti dei veterani del battaglione mujahideen di Zenica hanno continuato a compiere atti di terrorismo anche dopo la fine del conflitto in Bosnia.[14]


Il Regno Unito

Nonostante ci siano standard di vita abbastanza elevati e giustizia sociale, il Regno Unito rimane uno dei luoghi preferiti per le attività dell'Islam radicale. Si dice che i movimenti fondamentalisti sunniti in UK siano partiti insieme alla rivoluzione in Iran e alla guerra in Afghanistan, anche se non hanno avuto grande presa tra i giovani musulmani inglesi fino alla guerra in Bosnia-Herzegovina. Molti musulmani inglesi sono rimasti scioccati nel vedere le scene di devastazione e di crimini di guerra trasmesse dalla BBC, anche perché si trattava di cose avvenute in Europa senza che nessuna potenza europea intervenisse.
Ciò ha dato credito a quei radicali violenti che chiamavano i musulmani a difendersi con le loro stesse mani. Nel 1992 il preside del Collegio Musulmano di Londra, Dottor Zaki Badawi, diceva che “La guerra in Bosnia ha scosso l'opinione pubblica del mondo musulmano come non avveniva dalla creazione di Israele nel 1948.” [15]

La guerra in Bosnia venne sentita molto profondamente dagli studenti universitari musulmani, giovani idealisti e acculturati che protestavano contro le persecuzioni dei loro fratelli musulmani. Uno studente, con molti compagni di classe andati a farsi addestrare in Bosnia o in Afghanistan, non vedeva nulla di male nel prendere le armi contro quelli che vedeva come i “nemici dell'islam”: “Non si può far finta di niente mentre i nostri fratelli vengono massacrati, altrimenti chi ci difenderebbe se ciò accadesse a noi?”[16]. In Bosnia, Abu Ibrahim, ventunenne londinese, critica l'ipocrisia dei suoi compatrioti che gridavano vendetta contro serbi e croati, ma non avevano il coraggio di andare a combattere in Bosnia:


“…Quello che ci manca qui sono i musulmani disposti alla sofferenza e al sacrificio. Qui in UK vedo gli altri studenti di medicina che mi dicono che dedicheranno il loro terzo anno di pratica all'Islam, poi si laureano, si prendono le loro sessantamila sterline l'anno e se ne fregano di sforzi e sacrifici." Abu Ibrahim parla del senso di soddisfazione che ha provato combattendo in Bosnia, e dell'apatia dei musulmani moderati che sono rimasti a Londra. "In UK vedevo i notiziari e piangevo ogni volta che sentivo le storie dei musulmani in Bosnia, Palestina e Kashmir. Qui in Bosnia mi sento felice, sto facendo il mio dovere come lo hanno fatto il Profeta e i suoi compagni 1400 anni fa" [17] Un altro soldato inglese da Londra dice, sprezzante: "In Inghilterra non fanno altro che parlare, organizzare conferenze, parlare, parlare e parlare. Poi, vanno a casa e dormono, dopo aver passato la serata davanti a Neighbours e Coronation Street. Che vita è questa? Quella è gente che parla troppo. Se volete vedere dei veri musulmani, venite qui e vedrete"[18]



Anche quelli che sono rimasti a casa in UK fanno la loro parte per aiutare la causa dei mujahideen. Alcuni giovani attivisti del gruppo fondamentalista “Muslim Parliament” (http://www.muslimparliament.org.uk/) hanno stabilito una “organizzazione caritatevole” per inviare fondi ai gruppi jihadisti bosniaci. Tale organizzazione sarà chiamata successivamente col nome di “Global Jihad Fund” (GJF).[19]
Secondo il suo sito, la GJF è stata fondata con lo scopo di: “aiutare la crescita dei movimenti jihadisti nel mondo finanziando l'acquisto di armi e l'addestramento dei militanti” [20] Due mesi dopo la stipula degli accordi di Dayton che sancivano la fine della guerra in Bosnia, gli amministratori della GJF annunciavano la distribuzione di un opuscolo chiamato “Islam—The New Target”. Tale opuscolo invitava a diffondere la conoscenza del genocidio dei musulmani e della jihad tra amici e parenti.[21] Due anni dopo, in occasione di un doppio attacco suicida di Al-Qaida alle ambasciate americane in Kenya e in Tanzania, gli amministratori della GJF dichiaravano che i loro fondi venivano gestiti dal portavoce saudita di Al-Qaida, Mohammed al-Massari, e di avere deciso di finanziare lo sceicco Mujahid Osama bin Laden.[22] Durante l'interrogatorio degli investigatori inglesi, il webmaster londinese della GJF ammetteva che: “Io lavoro per due persone, Mr. Massari e Osama Bin Laden.”[23]

Nei campi di battaglia bosniaci, i mujahideen britannici si fecero notare parecchio. Il 13 Giugno 1993 una pattuglia britannica composta da quattro blindati venne intrappolata in un'imboscata vicino alla città bosniaca di Guca Gora.[24] I mujahideen erano circa 50, apparentemente africani o mediorientali, barbuti, con berretti stile afgano e uniformi diverse da quelle dei guerriglieri locali.[25] I jihadisti puntarono le armi verso i veicoli ONU, ma il comandante rassicurò i soldati in perfetto inglese britannico, dicendo che i mujahideen non avrebbero sparato se non dietro suo ordine [26]

Durante l'estate del 1993 i mujahideen britannici iniziarono a subire le prime perdite, tra cui un convertito inglese di nome David Sinclair, ribattezzatosi Dawood al-Brittani, un impiegato ventinovenne presso una ditta di informatica britannica. Dopo essersi convertito e avere iniziato a vestirsi con abiti tradizionali musulmani Sinclair iniziò ad avere problemi sul lavoro che culminarono col licenziamento. A questo punto, Sinclair decise di andare in Bosnia e di unirsi ai militanti. Durante l'addestramento, Sinclair donò i suoi due passaporti britannici a due afgani, dato che non aveva intenzione di tornare alla vita da infedele in UK. Il suo desiderio venne accontentato quando fu ucciso durante uno scontro a fuoco con le forze croate.[27]

A dire il vero, I musulmani inglesi hanno partecipato a molte delle battaglie più importanti della guerra in Bosnia, tra cui la conquista della regione di Vozuca nell'estate del 1995. Questa battaglia, detta “operazione BADR” tra gli arabo-afghani, è costata la vita a dozzine di combattenti stranieri. Uno di questi combattenti era “Abu Mujahid”, di provenienza inglese, morto il 10 Settembre 1995. “Abu Mujahid” si era laureato in UK nel 1993 durante le proteste per i crimini di guerra commessi dai serbi in Bosnia, e aveva iniziato a viaggiare nei Balcani sotto la copertura di un'agenzia di volontariato che forniva cibo e medicine ai musulmani sotto attacco nel centro della Bosnia. Le sue attività di volontariato erano solo una copertura per mascherare la sua vera attività di finanziatore per i terroristi. Quando Abu Muhajid non era impegnato a trasportare merci di valore per i guerriglieri, viaggiava per tutto il Regno Unito raccogliendo fondi e predicando tra i musulmani locali. Abu Muhajid tornò in Bosnia nell'Agosto del 1995 e si arruolò in un campo di addestramento locale, ricevendo addestramento speciale da due istruttori egiziani inviati da Al-Qaida. Con tutto il suo fanatismo, Mujahid indossava fieramente un orologio G-Shock e stivali dell'esercito americano. Secondo i suoi istruttori, eccelleva nel tiro e nel lancio di granate, e proclamava che sarebbe rimasto in Bosnia fino alla vittoria o al martirio. La cosa più strana di lui era che ripeteva almeno cinque volte al giorno che avrebbe ricevuto il martirio in Bosnia[28].

Mujahid risultò disperso dopo il primo assalto dell'operazione BADR, e il suo corpo venne ritrovato solo una settimana dopo. Uno degli uomini che lo ritrovarono ricorda che: “In quel momento, il pensiero che mi venne fu che quel fratello voleva restare in Bosnia più di me, ma Allah aveva deciso di farlo morire in quel modo così bello. Il mio pensiero era che Inshallah (se Allah vuole) possa Allah accettare il suo sacrificio e che le persone che gli volevano bene in questa vita possano seguirlo nella prossima.” Il corpo di Mujahid venne riportato alla base, dove il comandante saudita Abu Hammam permise agli altri mujahideen inglesi di dargli l'ultimo saluto.[28]

I mujahideen che arrivarono alla fine della guerra nel 1995 erano preoccupati dagli accordi di pace di Dayton, al punto da proporre una guerra totale contro serbi, croati, forze di pace e persino contro gli stessi musulmani moderati bosniaci. Un mujahideen trasmise un messaggio in inglese diretto agli altri mujahideen inglesi: “Qui è il comandante della Jihad, e il mio messaggio è che ci servono soldati, equipaggiamento, tutto di tutto. Quelli che pensano che non abbiamo più bisogno di soldati si sbagliano, ci serve tutto quello che potete darci.”[17] Uno dei messaggi di propaganda degli El-Mudzahedin diceva che:


Quando gli americani sono arrivati in Bosnia la situazione è cambiata, ora dobbiamo combatterli. Il comandante Abdul-Harith, il libico, ha detto che saremo un esempio per i bosniaci, che combatteremo per la nostra fede e per la nostra terra. Con l'aiuto di Allah avremo la vittoria e sconfiggeremo gli americani, o moriremo. Ma non fuggiremo e saremo un esempio per tutta la Bosnia”[28]

Secondo varie fonti, il 12 Dicembre 1995 i mujahideen lasciavano un furgone posteggiato davanti alla loro base a Zenica. Più avanti, gli investigatori bosniaci dichiareranno che i fanatici volevano trasformarlo in un furgone bomba, ma la loro inesperienza aveva causato un'esplosione.[32] con la morte di almeno quattro fanatici e il ferimento di vari altri. Uno dei fanatici feriti dall'esplosione racconterà più avanti che: “Ho sentito l'esplosione. Ero a terra, ricordo Abul-Harith (il libico) che correva verso di me, mi prendeva e mi metteva sulla barella. Abul-Harith mi portò dentro un edificio sfondando la porta.”[28]

Secondo le autorità arabo-afghane e bosniache, l'attentatore era uno studente londinese diciottenne detto “Sayyad al-Falastini”, nato in UK ma cresciuto in Arabia Saudita. Al suo ritorno a Londra il dodicenne Sayyad si faceva coinvolgere nel movimento fondamentalista islamico dove avrebbe convertito altri giovani estremisti. A 16 anni Sayyad cercava inutilmente di arruolarsi tra i mujiahideen balcanici dopo aver ascoltato un sermone religioso recitato da un veterano arabo delle guerre bosniache.[28]

Dopo essere stato eletto come presidente del gruppo islamico del suo college, Sayyad iniziò a mettere soldi da parte e a pianificare la sua partecipazione alla Jihad. Secondo i mujahideen, Sayyad faceva ciò perchè la sua cultura palestinese dava molta importanza alla Jihad. Durante l'estate del 1995 Sayyad lasciò Londra per andare a seguire l'addestramento presso un campo mujahideen bosniaco, combattendo poi nell'operazione BADR. Al cessare delle ostilità molti dei volontari lasciarono la Serbia, ma non Sayyad, che aveva apprezzato la vita del volontario ed era molto apprezzato dai mujahideen nonostante la giovane età anche per la sua conoscenza dell'inglese, dell'arabo e del bosniaco. Come molti arabi, Sayyad non era contento degli accordi di pace che vedeva come una manovra per impedire ai musulmani di vincere la guerra. Anche dopo la stipula degli accordi di Dayton, Sayyad si rifiutava di tornare a casa e affermava che: “Perchè siamo cosi persi? Guardate gli infedeli, ci ridono dietro perchè ora hanno uno stato tutto per loro!”[28]

A questo punto, Sayyad iniziava a comportarsi in modo strano, forse in preparazione del martirio, pregando tutta la notte e recitando continuamente versetti del Corano. Prima aveva chiamato sua madre per chiederle soldi, ma due giorni prima dell'esplosione a Zenica la richiamò per dirle di non averne più bisogno. E' probabile che Sayyad si stesse preparando alla sua missione suicida. Nonostante tutto, il 12 Dicembre il furgone di Sayyad esplodeva prima del tempo, scuotendo tutto il quartiere e spaventando a morte i civili croati.[28] Secondo di dati di Al-Qaida, Sayyad era il sesto volontario inglese caduto in Bosnia, solo due giorni prima del suo diciannovesimo compleanno, e sepolto in una cerimonia solenne presieduta da trecento tra i migliori mujahideen stranieri in Bosnia.[28] La sua orazione funebre:

Nostro fratello Sayyad ha dato tutte le sue ricchezze e ogni goccia del suo sangue per Allah. Chiediamo ad Allah di accettarlo come martire e di renderlo un esempio per i milioni di giovani in Occidente che hanno scelto questa vita.”[38]

Ancora oggi, gli ex volontari della Bosnia-Herzegovina continuano ad essere un problema per la legge. Il 23 Settembre 2005, l'inglese Andrew Rowe, un convertito all'Islam, è stato condannato da una corte inglese a quindici anni di reclusione per possesso di documenti su come sparare con un mortaio e per avere usato messaggi cifrati per organizzare attacchi terroristici. Negli anni novanta, Rowe aveva cambiato radicalmente vita dopo essersi convertito in una moschea londinese di Regent's Park, un atto che a parole sue aveva: “dato un senso alla sua vita.”[39] Rowe ha ammesso di avere viaggiato in Bosnia-Herzegovina nel 1995 sotto la copertura di volontariato umanitario, ma in realtà era un invitato per i mujahideen. Al ritorno in UK, Rowe ebbe il coraggio di farsi dare l'invalidità civile per le ferite riportate in un attacco di artiglieria in Bosnia. Nel 2003 Rowe veniva arrestato sul lato francese del canale della Manica con un paio di calzini che portavano tracce di TNT, esplosivo al plastico, RDX e nitroglicerina. Secondo gli investigatori, tali calzini erano stati usati per pulire la canna di un mortaio.[39] Una perquisizione a casa di Rowe ha trovato messaggi in codice con frasi come “esplosivi”, “caserma” e “equipaggio di un aereo”, oltre a video registrati di atti jihadisti in Bosnia e video di Osama bin Laden.[39]


Italia

Forse l'Italia ha avuto il ruolo più importante nell'infrastruttura internazionale dei mujahideen degli anni novanta. L'Italia è uno dei pochi paesi europei a confinare con la Croazia e con la Bosnia musulmana, e fin da prima della guerra in Bosnia c'erano gruppi terroristici islamici con basi in Italia: : GIA, Al Gama’at al-Islamiyya, i Jihadisti egiziani, il tunisini An-Nahdah. Con l'inizio della guerra nel 1992, il gruppo Al-Gama’at al-Islamiyya aveva indicato l'Italia come uno dei tre luoghi più importanti per il sostegno delle sue attività locali.[42]

L'individuo più importante tra i mujahideen bosniaci in Italia era Shaykh Anwar Shaaban (a.k.a. Abu Abdelrahman al-Masri), ex comandante europeo del gruppo Al-Gama’at al-Islamiyya, imam presso l'istituto culturale islamico di Milano, ex capo delle forze arabe alleate ai ARBiH.[43] Shaaban era un veterano della Jihad afghana, scappato dall'Afghanistan nel 1991 dopo la guerra civile.[44] Dopo avere ottenuto asilo politico in Italia, rimase deluso da quello che trovò: “La comunità musulmana in Italia è come quelle in tutto il resto d'Europa, ossia sonnolenta e interessata solo agli affari mondani.” Con l'aiuto di alcuni veterani di guerra afghani e di alcuni islamisti italiani, Shabban aprì un quartier generale in un garage milanese riconvertito a moschea, guadagnandosi le lodi di vari mujahideen che vedevano l'istituto culturale islamico a Milano come “il centro di molte attività, un luogo popolare tra i musulmani locali.”[28]

Durante un processo in USA L’Houssaine Kherchtou, ex agente marocchino di Al-Qaida, ha testimoniato il fatto che l'Istituto culturale islamico fosse un centro di reclutamento per i giovani estremisti musulmani europei. Secondo Kherchtou, Shabban aveva fatto in modo da fornire VISA pakistani per lui e per altre tre reclute mujahideen dirette verso un campo di addestramento di Al-Qaida in Afghanistan.[46] Gli agenti dell'antiterrorismo francese hanno concluso che l'Istituto milanese, sotto la guida di Shaaban, faceva da centro di comando per una serie di gruppi armati nordafricani, tra cui Al-Gama’at, Al-Islamiyya, i tunisini di An-Nahdah, e gli algerini di GIA.[47] Dopo la perquisizione dell'ufficio di Anwar Shaaban a Milano, l'antiterrorismo italiano dichiarò che l'Istituto era “vicino alle attività delle organizzazioni terroriste egiziane, specialmente [Al-Gama’at al-Islamiyya], nel campo delle scelte strategiche e operative, del reclutamento dei mujaheddin per i territori iugoslavi, l'organizzazione di una rete europea di cellule fondamentaliste e il sostegno logistico e operativo dei fondamentalisti in territorio egiziano.”[42]

Durante l'estate del 1992, Shaykh Anwar Shaaban ha guidato la prima delegazione arabo-afghana in Bosnia, insieme ai suoi colleghi italiani. Gli stessi militanti hanno testimoniato che: “Sheik Anwar non era un topo di biblioteca: era uno studioso che metteva in pratica le cose che insegnava e combatteva personalmente contro l'oppressione, proprio come i musulmani della prima generazione. Aveva i libri in mano e l'uniforme addosso: sapeva insegnare, ma sapeva anche combattere.” In una registrazione, i rappresentati dei mujahideen cercavano di sbrogliare la matassa della vita di Shaaban, notando che: “prendendo l'esempio di Sheik Abdullah Azzam, Sheik Anwar Shaaban si era preso la responsabilità del reggimento mujahideen bosniaco, addestrando, incoraggiando e motivando i combattenti, facendo in Bosnia ciò che Shaykh Abdullah Azzam faceva in Afghanistan.”[28]

Shaaban faceva avanti e indietro tra Milano e la Bosnia, portandosi dietro combattenti veterani e reclute da addestrare. Nel Settembre 1994 Shaaban inviava un fax ad un finanziatore del Qatar, chiedendo fondi per l'acquisto di equipaggiamento invernale per il campo di addestramento per i mujaheddin bosniaci in Jugoslavia e concludendo che: “sono convinto che basandosi sui fatti di oggi i progetti islamici in Europa abbiano la priorità su tutti gli altri, specialmente se consideriamo la possibilità di stabilire basi che offrano supporto tattico ai musulmani di tutto il mondo.”[42] Shaaban sperava di approfittare della guerra in Bosnia per fondare una base inattaccabile per ospitare i guerriglieri nordafricani in Europa. In un documento sequestrato dalle autorità italiane si legge che “Gli argomenti scottanti come la guerra in Bosnia scuotono gli animi dei giovani musulmani e stimolano il loro desiderio di affrontare l'inevitabile.”[51] Ovviamente, molti di quelli che hanno combattuto in Bosnia sotto la guida di Shaaban sono diventati “i comandanti, gli istruttori, l'élite dei Mujahideen.”[28]

Durante le perquisizioni, le autorità italiane hanno scoperto vari documenti che collegavano Shaaban e l'Istituto alle attività jihadiste in Bosnia. Alcuni di questi documenti riportavano attività di addestramento paramilitare “organizzate dall'Istituto e dirette a coloro che vogliono combattere sul territorio Jugoslavo.”[42] Gli investigatori hanno recuperato una lettera scritta da Shabaan in cui descriveva: “un islamico di Sarajevo disposto ad ospitare istruttori islamici capaci di addestrare le reclute all'uso di armi da fuoco russe e baltiche per la guerra contro i serbi ortodossi.”[42] Un'altra lettera scritta in arabo diceva che:


Sono felice di mandarti questo filmato dalla Bosnia, la terra della guerra e della Jihad. Nel libro ci sono alcune pagine incollate tra loro, e in mezzo ci sono i negativi da sviluppare. In questo modo i bosniaci non li troveranno. Se li trovassero potrebbero arrivare a decapitarci.”[42]

Un altro fax dell'aprile 1995 confermava che l'Istituto milanese aveva ricevuto l'incarico ufficiale di diffondere comunicati e propaganda in favore dell'unità El-Mudzahidin.[42]

Nonostante ciò, Shabaan non era molto fedele alla sua missione di difesa dei musulmani bosniaci. Nel 1993 l'antiterrorismo americano avvertiva che gli estremisti islamici egiziani stavano pianificando un attacco all'ambasciata americana in Albania. Secondo la CIA: “I membri di Al-Gamat, tra cui Anwar Shaban, hanno partecipato alla ricognizione dell'ambasciata americana di Tirana.”[73] I nastri di sorveglianza dimostravano che i sospetti “guidavano attorno all'ambasciata.”[58] Nel frattempo, le intercettazioni telefoniche della CIA riportavano un “ordine di ricognizione inviato dall'estero a un volontario umanitario musulmano.”[59] La cooperazione tra la CIA e le autorità albanesi hanno probabilmente impedito l'esecuzione dell'attentato.

L'influenza di Shaaban si estendeva anche su altri fondamentalisti italiani come Mohamed Ben Brahim Saidani, volontario di guerra in Bosnia e imam presso la moschea di via Massarenti a Bologna. Nel 1993, Saidani aveva partecipato a un campo di addestramento in Afghanistan, e al suo ritorno aveva convinto 30 dei suoi seguaci a seguirlo in Bosnia. Saidani aveva fondato una coop chiamata “Piccola Società Cooperativa Eurocoop” con lo scopo di fornire Visa e permessi per i volontari jihadisti, permettendogli così di viaggiare in tutto il mondo.[60] Durante il processo per gli attentati alle ambasciate africane del 1998, il luogotenente di Al-Qaida Jamal al-Fadl ha parlato del suo viaggio a Zagabria nel 1992 e del suo incontro con Mohamed Saidani, in cui hanno parlato dei fatti in Bosnia e ha ricevuto i rapporti da inviare a Usama Bin Laden.[61]

L'antiterrorismo italiano ha espresso preoccupazione dopo avere intercettato una lettera scritta da un fondamentalista islamico incarcerato in Italia nel luglio 1993. La lettera era stata scritta da Mondher Ben Mohsen Baazaoui (detto “Hamza il tunisino”), attivista del movimento An-Nahdah e combattente volontario in Bosnia. [62] Baazaoui scriveva a Mohamed Saidani (l'Imam bolognese collegato ad Anwar Shaaban e a Usama Bin Laden) dicendo che se il suo sciopero della fame non lo avesse fatto rilasciare dalla prigione, Baazaoui avrebbe compiuto un'azione omicida volta alla morte gloriosa[63] e chiedeva a Saidani di vendicare la sua morte con un'orazione funebre di terrore omicida: “ti suggerisco i francesi, non lasciare nessuno vivo, adulto o bambino. Lavora su di loro, ce ne sono molti in Italia, specialmente nelle località turistiche. Fai quello che devi tramite omicidio e rapina a mano armata. La cosa importante è che tu riesca a mandare contro di loro il fuoco che ho dentro. Voglio che questa sia una promessa.”[64]

Nel novembre 1994 le autorità italiane hanno scoperto un complotto da parte dei terroristi egiziani di Al-Jihad e di Al-Gama’at Al-Islamiyya volto all'assassinio del presidente Hosni Mubarak durante la sua visita a Roma[65] e hanno raddoppiato i loro sforzi di sorveglianza, particolarmente verso l'Istituto di Shaaban. Il 26 Luglio 1995 durante l'Operazione Sfinge, la polizia italiana ha arrestato 11 sospetti, di cui uno palestinese e 10 egiziani. La polizia ha anche compiuto 72 perquisizioni in tutto il nord italia. I sospetti sono accusati di collegamenti con Al-Gama’at Al-Islamiyya, associazione a delinquere, rapina, estorsione, falsificazione di documenti e possesso illegale di armi da fuoco.[66] Shabban non è stato trovato, nonostante le autorità fossero molto interessate a lui. Grazie a una soffiata, Shaban è scappato in Bosnia e ha trovato rifugio presso i mujiahideen locali.[67]

Così come succedeva in Afghanistan, anche in Bosnia i volontari partecipavano alla guerra per difendere gli altri musulmani ma si vedevano sfruttati per un altro scopo. Nel 1995 la Bosnia non era solo una copertura per i mujahideen, ma anche una testa di ponte per l'infiltrazione dei militanti di Usama bin Laden in Europa. Con la fine delle ostilità in Bosnia, Shabaan e i suoi seguaci erano liberi di dedicarsi ad altre faccende più importanti. Nel Settembre 1995 uno dei comandanti più importanti di Al-Gama’at al-Islamiyya in Europa, —Abu Talal al-Qasimy (detto Talaat Fouad Qassem)— veniva catturato dalle forze croate mentre tentava di infiltrarsi in Bosnia. Nel giro di pochi giorni i croati trasportavano al-Qasimi in Egitto sotto scorta americana. Nel frattempo, al Cairo, un ufficiale del governo egiziano commentava che “l'arresto di al-Qasimy prova la nostra teoria che vede i gruppi terroristici operare su scala mondiale, usando posti come l'Afghanistan e la Bosnia per addestrare terroristi che poi andranno in Medio Oriente e in Europa. I paesi europei devono capire da dove vengono i terroristi che vanno da loro ad attaccarli.”[68]

La prima risposta degli arabo-afghani all'arresto di al-Qasimy è arrivata il 20 Ottobre 1995, quando la cittadina croata di Rijeka venne scossa da una grossa esplosione.[69] Ale 11 e 22 del mattino, un attentatore suicida faceva saltare 70 chili di tritolo nascosti in una FIAT Mirafiori parcheggiata davanti alla centrale di polizia di Primorje-Gorani.[70] L'esplosione ha ucciso l'attentatore, e ha causato due feriti gravi e 27 feriti leggeri tra i civili, oltre a distruggere la centrale di polizia e a danneggiare vari edifici circostanti, tra cui una banca e una scuola.[69] La polizia croata ha trovato i frammenti di un passaporto canadese tra i detriti dell'esplosione. Tale passaporto apparteneva all'attentatore, già noto alle forze dell'ordine italiane per i suoi collegamenti con l'Istituto Culturale Islamico di Milano e con Anwar Shaaban.[70] La CIA ha confermato che l'attentatore era un membro di Al-Gama’at [al-Islamiyya].[73]

Il giorno dopo, le agenzie stampa occidentali al Cairo ricevevano un fax anonimo in cui si rivendicava l'attentato di Rijeka in nome di Al-Gama’at, dichiarando che: “dobbiamo dimostrare che il caso di Sheik Talaat Fouad Qassem non resterà impunito e che porterà a fiumi di sangue croato. Voi croati vi sbagliate, non ve la faremo passare liscia.”[74] Nel fax, i rappresentanti di Al-Gama’at chiedono che il governo croato: “rilasci Sheikh Qassimi e chieda pubblicamente scusa per le sue azioni. Avete aperto le porte dell'inferno, ora dovete chiuderle se non volete trovarvi davanti a una guerra in nome di Allah.”[75] Il controspionaggio americano dichiarò che Anwaar Shaaban era responsabile per avere organizzato l'attentato a Rijeka come preludio per una nuova strategia di terrore. Al termine delle ostilità nei Balcani, Shabaan “e altri leader mujahideen hanno iniziato a pianificare attacchi contro le forze NATO destinate in Bosnia”.[73] Secondo gli investigatori francesi, gli attacchi di Ottobre dimostrano che l'unità El-Mudzahedin Unit in Bosnia-Herzegovina “era comandata da Al-Gama'at al'Islamiyya, sia dal punto di vista ideologico che dal punto di vista militare.”[77]

Le autorità croate hanno passato anni a cercare i complici degli attentatori di Rijeka. I testimoni, tra cui un agente di polizia che si trovava nel parcheggio della centrale, hanno visto una Mercedes guidata da un arabo allontanarsi dalla scena poco prima dell'esplosione. Il guidatore è stato identificato come un ricercato egiziano di 36 anni legato a Al-Gama’at Al-Islamiyya, di nome Hassan al-Sharif Mahmud Saad. Saad, un residente di Cologno Monzese (Milano), era un personaggio importante nell'Istituto, al punto da essere parte del consiglio di amministrazione nell'ONLUS “Il Paradiso”. Saad possedeva un FIAT 131 Mirafiori targato Bergamo, il veicolo usato durante l'attentato a Rijeka. Fin dal 1993 Saad faceva la spola tra Bosnia e Italia, ma nel 1995 si decise a fare i bagagli e a trasferirsi permanentemente in Bosnia con la famiglia. I suoi amici presso l'Istituto affermano che Saad era andato a Zenica per unirsi all'unità El-Mudzahedin Unit, sotto la guida di Anwar Shaaban.[78]

Nel dicembre 1995, subito dopo l'attentato fallito presso l'ambasciata di Zenica, Shaaban incontrava la sua fine in Bosnia. Dopo uno scontro con le forze HVO croate, Shaaban e quattro dei suoi mujahideen venivano fucilati, dando fine al potere arabo-afghano in Europa. Purtroppo, anche dopo la morte di Shaaban, la rete di contatti creata da lui in Italia e in Bosnia continuava ad operare. Tale attività è dovuta al comandante mujahideen algerino Abu el-Ma’ali (detto anche Abdelkader Mokhtari) e al suo luogotenente Fateh Kamel (detto “Mustapha il terrorista”). Kamel, nato ad Algeri ma vissuto in Canada dal 1988,[79] aveva un atteggiamento professionale e una totale mancanza di scrupoli. Dopo il suo addestramento in Afghanistan, Kamel venne notato dalle autorità italiane per la sua attività di propaganda presso l'Istituto di Shaaban, in cui invitava gli altri musulmani ad unirsi ai mujahideen in Bosnia. Nel 1995, secondo le autorità francesi, l'unità El-Mudzahedin in Bosnia era comandata da queste tre persone: Anwar Shaaban come capo politico e ideologico, Abu el-Ma’ali come comandante militare, e Fateh Kamel come organizzatore logistico, incaricato di coordinare i trasporti di armi, documenti e reclute dai quartier generali a Zenica.[80] Secondo gli investigatori, i tracciati telefonici dimostrano che tra il 1994 e il 1995 ci sono stati contatti continui tra Abu el-Ma’ali, Anwar Shaaban e Fateh Kamel.[81]

Secondo le autorità francesi, Kamel e i suoi soci avevano legami con “varie organizzazioni terroristiche islamiche in tutto il mondo, tra cui Bosnia, Pakistan, Germania e Londra.”[82] Tra il 1994 e il 1997 Fateh Kamel viaggiava costantemente tra Milano, Montreal, Parigi, Amburgo, Francoforte, Zagabria, Bosnia, Copenhagen, Austria, Slovenia, Friburgo, Marocco, Ancona, Istanbul, Belgio e Amsterdam.[83] Kamel è stato registrato mentre diceva ai suoi seguaci che “Non temo la morte, perchè la Jihad è la Jihad, e per me uccidere è facile”[84]. Lui odiava la società in cui viveva e il modo in cui gli occidentali vedevano i musulmani: “Qui la gente si immagina il musulmano sul cammello, con quattro mogli e le bombe. Ci chiamano sempre terroristi.”[85] In un'intercettazione telefonica del 1996, subito dopo la fine della guerra in Bosnia, Kamel si confidava con i suoi seguaci dicendo che: “Preferisco morire che andare in galera. Ho quasi perso mia moglie. Ho trentasei anni, un figlio di quattro mesi e mezzo che gioca con mia moglie. Io intanto sono qui, sono quasi un soldato.”[86]

Sono bastati i dati nella sua agenda per confermare il ruolo di Kamal come organizzatore e coordinatore tra varie celle terroristiche in Europa e i comandanti di Al-Qaida in Bosnia e in Afghanistan. Tra gli altri, Fateh Kamel aveva i numeri di Akacha Laidi (detto Abderrahmane Laidi, Abou Amina), un leader della GIA in Inghilterra. Uno dei numeri sotto il nome di Akacha rispondeva a Djamal Guesmia, un terrorista conosciuto per i suoi legami con la GIA e i suoi successori il GPSC, Algerian Salafist Group for Prayer and Combat.[87] Fateh Kamel era particolarmente vicino ai gruppi di immigranti nordafricani e di convertiti europei che si erano uniti volontariamente ai mujahideen bosniaci all'inizio della guerra, diventando il loro punto di contatto con Anwar Shaaban e Abu el-Ma’ali.

Dopo la morte improvvisa di Shaaban nel 1996, Kamel iniziava ad attivare le unità di terroristi bosniaci infiltrate in Europa, istruendoli a prepararsi ad intervenire in Francia e in Italia. Tra il 6 e il 10 Agosto 1996, Kamel viveva nell'appartamento milanese di due sostenitori della GIA, tra cui Rachid Fettar, collegato con gli organizzatori dell'attacco alla metropolitana di Parigi del 1995. Fettar era un membro importante della GIA, l'organizzazione considerata l'erede della rete di estremisti europei di Safé Bourada, il comandante dei terroristi algerini responsabili per l'attentato alla metropolitana.[88] La visita di Kamel presso l'appartamento di Fettar e del suo amico Youcef Tanout era rivolta ad uno scopo preciso: come guidare una cellula terroristica alla costruzione e all'uso di una bomba ricavata da una bombola del gas simile a quelle usate nella metropolitana parigina.

Kamel rispettava Rachid Fettar, ma si lamentava delle incertezze di Tanout e dei suoi compagni, dicendo che: “Ho insistito, ma non ho potuto farci niente. Possiamo fabbricare le bombe in Francia, e io posso trasportarle in Italia clandestinamente.”[89] Durante una discussione con Youcef Tanout, Kamel gli disse freddamente che: “Ma di cosa hai paura? Che ti scoppi tutto in faccia? Dimmi almeno che Mahmoud ha comprato le bombole.” Tanout gli rispose che uno dei suoi seguaci era andato a fabbricare le bombe in una foresta poco distante, e ammise a Kamel: “Non mi vergogno di ammettere di essere estremamente spaventato.”[90] Le paure di Tanout erano fondate; il 7 Novembre 1996, lui e Fettar vennero arrestati nel loro appartamento milanese. Gli investigatori trovarono due bombole di gas, due ricetrasmittenti, 38 tubi metallici e altro materiale per la fabbricazione di esplosivi.[91]

Anche se l'attentato proposto da Fateh Kamel non è riuscito, rimane comunque la possibilità che ce ne siano altri in futuro. In generale, la cellula terroristica formata da Kamel, Anwar Shaaban e Abu el-Ma’ali è il prototipo per le cellule nordafricane che hanno progettato gli attentati del 2004 a Madrid. Ancora oggi, i terroristi addestrati dal gruppo di Fateh Kamel continuano a fare avanti e indietro dai Balcani. Nel 2005 il braccio destro di Kamel, il marocchino Karim Said Atmani, è stato rilasciato dalla prigione francese in cui era detenuto. La prima cosa che ha fatto è stata prendere un volo per Sarajevo dove si è incontrato con un comandante dei mujahideen bosniaci collegato ai gruppi terroristi islamici.[92] Nel 2006, dietro pressioni internazionali sulle autorità bosniache, Atmani è stato deportato in Marocco.


Scandinavia ed Europa del Nord

Fin da prima della guerra in Bosnia, la regione scandinava è diventata una base importante per i gruppi militanti islamici. I paesi come Norvegia, Svezia e Danimarca venivano considerati tolleranti e disposti ad offrire asilo politico ai militanti in fuga dalla giustizia e dal controspionaggio. In Scandinavia, questi ricercati sapevano di potersi aspettare “le stesse libertà che avrebbero avuto negli USA.”[93] Una rivista pubblicata nel Marzo 1995 da Al-Gama’at al-Islamiyya assicurava che alcune “persone importanti” tra i jihadisti egiziani erano riuscite ad ottenere asilo politico in Norvegia nonostante la stessa ambasciata norvegese al Cairo si fosse dimostrata riluttante.[42] Persino il capo supremo di Al-Gama’at al-Islamiyya—Shaykh Omar Abdel Rahman (correntemente detenuto a vita in una prigione di massima sicurezza americana) si vantava di avere viaggiato varie volte in Europa, “passando attraverso la Gran Bretagna, la Danimarca, la Svezia e molti altri paesi.”[95]

Pochi danesi sanno che nel 1993 la città di Copenhagen era uno dei rifugi per i militanti di Al-Gama’at al-Islamiyya. Il capo della delegazione di Al-Gama’at a Copenhagen era il noto Shaykh Abu Talal al-Qasimy, uno dei primi religiosi islamici a sostenere la Jihad bosniaca. Al-Qasimy è stato imprigionato varie volte dal governo egiziano, sia prima che dopo l'assassinio del presidente Anwar Sadat. Poco dopo, Al-Qasimy ha usato documenti falsi per scappare dall'Egitto e unirsi ai combattenti musulmani in Afghanistan. Durante i combattimenti, al-Qasimy “assunse l'impegno per la Jihad in nome di Allah e prese le armi.”[96] Durante il suo soggiorno in Pakistan, al-Qasimy fondò la rivista ufficiale di Al-Gama’at, la Al-Murabeton, e scrisse molti dei primi numeri.

Nel gennaio 1993, il governo pakistano venne costretto dagli USA a cambiare le sue posizioni riguardo alla Jihad afghana e a chiudere le sedi dei mujahideen arabi, minacciando la deportazione per tutti i combattenti stranieri che fossero rimasti in Pakistan. Tali combattenti non sapevano dove andare, anche perché molti di loro sarebbero stati imprigionati e torturati al ritorno in madrepatria, ma un portavoce saudita per gli arabo-afghani di Jeddah dichiarò che “Gli algerini non possono tornare in Algeria, i siriani non possono tornare in Siria e gli iracheni non possono tornare in Iraq. Alcuni andranno in Bosnia, gli altri faranno meglio a trasferirsi in Afghanistan.”[97]

Secondo Hudhaifa, il figlio del Dr. Abdullah Azzam’s son, Abu Talal al-Qasimy era stato costretto a scappare in Afghanistan perché era ricercato dal governo pakistano che voleva catturarlo e deportarlo in Egitto, e che “riuscì ad ottenere un VISA che gli permise di espatriare.”[98] Al-Qasimy aveva ottenuto asilo politico in Danimarca, da dove continuò a diffondere le sue idee estremiste attraverso la sede estera di Al-Murabeton a Copenhagen.[99] Si dice che uno degli altri quattro editori a Copenhagen fosse il Dr. Ayman al-Zawahiri, il capo del gruppo jihadista egiziano e comandante in seconda di Al-Qaida.[100] Al-Qasimy era anche un amico di Anwar Shaaban, ed ebbe un ruolo di primo piano nella Jihad bosniaca.

Il 24 Aprile 24, Abu Talal al-Qasimy tenne uno degli incontri più importanti di tutto il movimento jihadista mondiale nel suo ufficio di Copenhagen. Tra gli altri partecipanti c'erano Shaykh Anwar Shaaban da Milano e l'Imam Shawki Mohammed (detto Mahmoud Abdel al-Mohamed), il predicatore estremista della moschea di Al-Sahaba a Vienna—considerato dal controspionaggio italiano come uno dei rappresentanti più importanti del fondamentalismo sunnita in Europa. Il tema dell'incontro era la situazione dei mujahidden in ex Jugoslavia.[42] Abu Talal sperava che l'incontro avrebbe posto le basi per la creazione di un Consiglio Shura per l'UE, una coalizione di gruppi estremisti basati in Europa. Tale “Consiglio Shura” doveva essere un centro di comando in grado di gestirsi senza dovere aspettare ordini da Al-Gama’at al-Islamiyya o da Al-Jihad in Egitto o in Afghanistan. Una delle ragioni per la fondazione del gruppo era la gestione delle risorse europee per finanziare gli atti terroristici in Nordafrica e in Bosnia.[42] Una nota trovata nel diario di Anwar Shaaban riporta l'importanza dell'incontro con Abu Talal a Copenhagen per “fornire assistenza ai nostri fratelli algerini, tunisini, senegalesi e bosniaci.”[42]

Come Shabaan a Milano, Abu Talal al-Qasimy usava la sua posizione di spicco a Copenhagen per formarsi un consiglio di seguaci con la stessa mentalità, come il chierico palestinese Ahmed Abu Laban (detto Abu Abdullah al-Lubnani), trasferitosi in Danimarca nel 1993. Anche se parlava poco il danese, Abu Laban era diventato il rappresentate della piccola comunità musulmana in Danimarca, apparendo varie volte nei notiziari e negli incontri con i pubblici ufficiali. Un articolo del Washington Post dell'Agosto 2005 definiva Abu Laban “uno degli Imam più importanti della Danimarca.”[104]

Nonostante l'Istituto di Shaaban a Milano fosse poco appariscente, l'antiterrorismo italiano ha registrato varie visite di Abu Laban a scopo di “conferenze” o di “incontri di preghiera”.[42] Quando arrivarono le notizie dell'arresto di Abu Talal al-Qasimy in Croazia, Ahmed Abu Laban guidò una protesta di 500 musulmani locali presso l'ambasciata croata a Copenhagen. Durante le proteste dell'Ottobre 1995 (a cui partecipò anche la moglie di al-Qasimy), i manifestanti alzavano i pugni e urlavano Allahu Akhbar! Durante le interviste con i giornalisti, Abu Laban accusava gli USA, l'Egitto e la Croazia di essere i beneficiari della cattura di Abu Talal in Bosnia.[106]

Agli inizi del 2006, Ahmed Abu Laban tornò alle cronache quando organizzò una serie di rivolte in tutto il mondo musulmano come reazione alle vignette danesi che avevano offeso il Profeta. La prima volta in cui furono pubblicate, nel 2005, tali vignette vennero ignorate da tutto il mondo musulmano. Il 18 Novembre, Abu Laban dichiarava che avrebbe guidato una delegazione di musulmani danesi per tutto il Medio Oriente per attrarre l'attenzione su tali vignette:

Una delle nostre delegazioni visiterà il Cairo per incontrarsi con il segretario della Lega Araba Amr Moussa e con il Grande Imam di Al-Azhar Sheikh Mohammad Sayyed Tantawi… La delegazione visiterà anche l'Arabia Saudita e il Qatar per incontrare il grande studioso islamico Sheikh Yussef Al-Qaradawi… Vogliamo rendere questo problema una faccenda internazionale, in modo che il governo danese capisca che queste vignette non hanno offeso solo i musulmani danesi, ma i musulmani di tutto il mondo. Abbiamo deciso di fare questo passo perchè non si può chiudere gli occhi sulle discriminazioni contro i musulmani europei e sul fatto che i governi affermino che non siamo democratici e che non riusciamo a capire la cultura occidentale.”[107]

Durante gli incontri con i governanti musulmani, la delegazione di Abu Laban ha mostrato le vignette pubblicate dallo Jyllands-Posten insieme ad altre vignette molto più offensive che non sono mai state pubblicate in Scandinavia, tra cui una vignetta in cui il Profeta aveva un rapporto sessuale con un cane. La delegazione ha mostrato anche altro materiale offensivo e completamente falso, in cui si dimostrava che il governo danese discriminava e opprimeva i musulmani in Danimarca.[108] In poche settimane la propaganda di Abu Laban ha mandato la situazione fuori controllo, causando attacchi alle ambasciate scandinave in Siria, Libano, Iran, Pakistan e Palestina.

Nel frattempo, in Svezia le cellule terroristiche nordafricane che prima erano dirette al finanziamento dei jihadisti in Afghanistan, Nordafrica e Balcani, passavano al reclutamento di estremisti locali e ad altre attività illegali. Secondo la CIA, a Stoccolma l'organizzazione “caritatevole” arabo-afghana “Human Concern International” (HCI) era una copertura per il traffico d'armi in Bosnia.[73] I notiziari musulmani europei scrivevano che grazie ai contributi della popolazione musulmana in Svezia l'ufficio di Stoccolma della HCI aveva “rifornito i mujahideen afghani. L'organizzazione aveva raccolto più di mezzo milione di corone in un anno e le aveva mandate ai mujahideen afghani. Stiamo ancora aiutando i giovani arabi ad andare in Afghanistan a contribuire alla Jihad.”[110] Il giornale francese Le Monde confermava che la polizia francese sospettava che gli uffici croati e svedesi della HCI avessero fatto da basisti per le cellule terroristiche della GIA responsabili per l'attacco alle metropolitane di Parigi del 25 Luglio 1995.[111] Dopo l'attentato a Parigi, le autorità svedesi arrestarono il membro della GIA Abdelkerim Deneche a Stoccolma. Deneche era già stato indicato dai media francesi come un ex impiegato presso l'ufficio di Zagabria della HCI.

Così come i loro colleghi inglesi, i gruppi di giovani estremisti algerini emigrati in Svezia andavano in Bosnia a combattere contro i cristiani. Il 19 Settembre 1993 uno di questi giovani mujahideen, “Abu Musab al-Swedani”, veniva ucciso dalle forze militari croate vicino alla città bosniaca di Kruscica (vicino Vitez). Secondo i suoi amici, Abu Musab era nato in Svezia, figlio di madre svedese e padre algerino, cresciuto in Scandinavia ma convertitosi all'Islam all'età di 20 anni. Musab fece un viaggio in Arabia Saudita per imparare l'arabo e studiare la Shari'ah. Nei due anni passati in Arabia, Musab divenne un fondamentalista islamico, al punto da predicare la sua religione a tutte le persone vicine a lui. [112]

Negli anni 80 la Jihad in Afghanistan era su tutti i giornali, attraendo l'attenzione delle comunità islamiche in occidente. Abu Musab “seguiva le notizie che gli arrivavano da tutto il mondo, in particolare i massacri e le deportazioni di musulmani. A questo punto, capì che non esisteva dignità nell'Islam se non nella Jihad.” Abu Musab andò a Peshawar, la città della Jihad, insieme ad un altro giovane estremista che faceva già parte dei mujahideen. Dopo qualche esitazione, Musab andò in Afghanistan per farsi addestrare al combattimento e per lottare in favore alla rivoluzione islamica. Al termine della Jihad afghana, Abu Musab tornò in Svezia e sposò una musulmana, ma il 1992 decise di seguire di nuovo la Jihad, questa volta in Bosnia. Abu Musab al-Swedani si unì agli estremisti basati sul campo del monte Igman, sotto la guida del “Generale” Abu Ayman al-Masri.[112] Dopo essere sopravvissuto a vari mesi di combattimenti, Abu Musab venne ucciso da un cecchino durante il caos di un attacco alle forze croate .[112] La biografia e la foto di Al-Swedani vennero descritte nel film di propaganda jihadista in lingua inglese “The Martyrs of Bosnia,” prodotto dall'agente londinese di Al-Qaida Babar Ahmad.[112]

Quando la guerra in Bosnia finì improvvisamente nel Settembre del 1995, la rete di contrabbandieri e di reclutatori jihadisti a Stoccolma continuò ad operare senza fermarsi un secondo. La Jihad divenne un argomento molto diffuso, e ci furono parecchi individui abitanti in Scandinavia che affermarono di essere i portavoce di gruppi estremisti islamici. Tra questi spiccano “Abu Fatima al-Tunisi” (un portavoce per un gruppo di estremisti residente a Stoccolma) e “Abu Daoud al-Maghrebi” (un attivista abitante in Svezia che lavorava per conto della GIA).[116] Persino la rivista Nusraat al-Ansaar l'organo quasi ufficiale della GIA in Europa, ha una casella postale presso il Box 3027 ad Haninge, in Svezia.[117]

I militanti svedesi che all'inizio si erano mobilitati per i conflitti in Bosnia e in Afghanistan sono stati i primi a fondare una pagina Internet in arabo per il gruppo algerino GIA, con un'intera sezione dedicata al terrorismo.[118] Loro sono le stesse persone che hanno distribuito manuali di addestramento per terroristi tramite Internet, molti dei quali sono diventati documenti di riferimento per i mujahideen, tra cui un lungo trattato intitolato “The Restoration of the Publication of the Believers,” scritto dall'egiziano Dr. Ayman al-Zawahiri. Quando venne pubblicato su Internet, il libro di Zawahiri aveva ancora l'etichetta del 1996 in cui lo si identificava come proprietà del “Muslimska Forsamilingen i Brandbergen, Jungfrugaten 413 N.B.”[119]


Conclusioni

In generale, tutti i conflitti del mondo islamico hanno conseguenze sui musulmani europei. La vicinanza della Bosnia all'Europa e la natura stessa del conflitto (una minoranza musulmana perseguitata da due maggioranze cristiane) hanno influito sui giovani europei così come nessun altro conflitto prima di allora. La guerra in Bosnia è diventata una chiamata alle armi che ha unito vari gruppi di estremisti musulmani da tutta Europa sotto una causa comune, una lotta che non si è fermata neanche dopo la firma degli accordi di Dayton e la fine della guerra.

La scoperta di una rete internazionale di terroristi basata a Sarajevo e diffusa in Svezia, Danimarca e UK è la dimostrazione del fatto che la jihad bosniaca continua a influenzare le reti di mujahideen europei. Lo scorso autunno le autorità bosniache hanno annunciato una serie di arresti al culmine di una operazione di sicurezza detta Operazione Mazhar. I sospetti presi in custodia avevano acquistato esplosivi e pianificato una serie di attacchi suicidi contro una serie di obiettivi in Europa. Il capo della cella, lo svedese Mirsad “Maximus” Bektasevic era andato in Bosnia per pianificare un attacco rivolto a costringere i governi europei a ritirare le forze dall'Iraq e dall'Afghanistan[120]

In un video sequestrato dalla polizia bosniaca si vedono militanti mascherati che costruiscono esplosivi, mentre un altro uomo mascherato, probabilmente Bektasevic, dichiara che: “Questi esplosivi saranno usati contro l'Europa, contro gli stati che hanno schierato forze in Iraq e in Afghanistan. Questi due fratelli hanno dato le loro vite ad Allah pur di aiutare i loro fratelli e sorelle. Abbiamo già tutto pronto.” I tracciati dei cellulari dimostrano che Bektasevic era in contatto con altri estremisti in Danimarca e in UK[121], e che stava reclutando giovani volontari per il campo di Abu Musab al-Zarqawi in Iraq.[122] Inoltre, uno dei sospetti arrestati in Bosnia-Herzegovina con la rete di Bektasevic era il segretario di una compagnia finanziaria usata come attività di copertura dai veterani della unità El-Mudzahedin Unit a Sarajevo e a Zenica.

Concludendo, la rete di fondamentalisti musulmani formatasi durante il conflitto in Bosnia continua ad essere una minaccia per gli stati europei. Nel futuro, sarà importantissimo che le agenzie europee di sicurezza nazionale condividano le informazioni relative alle identità di coloro che hanno legami con le forze dei mujahideen balcanici, così come hanno fatto con i combattenti afghani e iracheni. Inoltre, dovranno sostenere gli sforzi delle autorità bosniache nella lotta contro gli estremisti stranieri che sono ancora in Bosnia. Senza un'assistenza internazionale, è improbabile che la Bosnia da sola possa portare a termine un compito tanto vasto e complesso.

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